17-23 September

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Galleries & Museums 17 Mon 18 Tue 19 Wed 20 Thu 21 Fri 22 Sat 23 Sun
Cardi Gallery
Galleria Raffaella Cortese
Cortesi Gallery
Massimo De Carlo
Istituto Svizzero        
kaufmann repetto
Francesca Minini
Pirelli HangarBicocca
Fondazione Prada
   
Galleria Lia Rumma          
Federica Schiavo Gallery    
La Triennale
Clima
Fondazione Marconi    
VISTAMARESTUDIO
Galleria Federico​ ​Vavassori
Cardi Gallery

Corso di Porta Nuova 38, 20121

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Galleria Raffaella Cortese

Via A. Stradella 1, 4, 7, 20129

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Galleria Raffaella Cortese

Via A. Stradella 1, 4, 7, 20129

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Cortesi Gallery

Corso di Porta Nuova 46/B, 20121

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Massimo De Carlo

Lambrate/Ventura Via G. Ventura 5, 20134

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Massimo De Carlo

Lambrate/Ventura Via G.Ventura 5, 20134

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Massimo De Carlo

Palazzo Belgioioso Piazza Belgioioso 2, 20121

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Istituto Svizzero

Via del Vecchio Politecnico 3, 20121

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kaufmann repetto

Via di Porta Tenaglia 7, 20121

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Francesca Minini

Via Massimiano 25, 20134

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Pirelli HangarBicocca

Via Chiese 2, 20126

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Fondazione Prada

Largo Isarco 2, 20139 / Osservatorio Fondazione Prada,

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Fondazione Prada

Fondazione Prada Largo Isarco, 2, 20139

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Fondazione Prada

Fondazione Prada / Osservatorio Galleria Vittorio Emanuele II, 20121

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Galleria Lia Rumma

Via Stilicone 19, 20154

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Federica Schiavo Gallery

Via Barozzi 6, 20122

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La Triennale

Viale E. Alemagna 6, 20121

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Clima

Via ​A. Stradella, 5​, 20129

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Fondazione Marconi

Via Tadino 15, 20124

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VISTAMARESTUDIO

Viale Vittorio Veneto 30​, 20124

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Galleria Federico​ ​Vavassori

Via G. Giulini 5, 20213

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Gió Marconi

Via A. Tadino 20, 20124

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kaufmann repetto

Via di Porta Tenaglia 7, 20121

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Galleria Raffaella Cortese

Via A. Stradella 1, 4, 7, 20129

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Brand New Gallery

Via C. Farini 32, 20159

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Cardi Gallery

Corso di Porta Nuova 38, 20121

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Galleria Monica De Cardenas

Via F. Viganò 4, 20124

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Massimo De Carlo

Via G. Ventura 5 / Palazzo Belgioioso, Piazza Belgioioso 2,

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Pirelli HangarBicocca

Via Chiese 2, 20126

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Istituto Svizzero

Via del Vecchio Politecnico 3, 20121

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Francesca Minini

Via Massimiano 25, 20134

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Galleria Lia Rumma

Via Stilicone 19, 20154

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La Triennale

Viale E. Alemagna 6, 20121

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ZERO...

Viale Premuda 46, 20129

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Marsèlleria

Via privata Rezia 2, 20135

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Fondazione Prada

Largo Isarco 2, 20139 / Osservatorio Fondazione Prada,

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Fondazione Carriero

Via Cino del Duca, 4, 20122

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Fanta Spazio

Via Merano 21, 20127

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Tile Project Space

Via Garian 64, 20146

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Armada

Via Privata Don Bartolomeo Grazioli 73, 20161

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THE MEGA VIEW

Piazza Vetra 21, 20123

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Federica Schiavo Gallery

Via Barozzi 6, 20122

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Cortesi Gallery

Corso di Porta Nuova 46/B, 20121

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Clima

Via ​A. Stradella, 5​, 20129

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Fondazione Marconi

Via Tadino 15, 20124

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VISTAMARESTUDIO

Viale Vittorio Veneto 30​, 20124

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10 Corso Como

Corso Como 10 - 20154

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Bar Basso

Via Plinio 39 - 20129

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La Belle Aurore

Via Privata G. Abamonti 1 - 20129

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Fioraio Bianchi Caffè

Via Montebello 7 - 20121

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Charmant

Via G. Colombo 42 - 20133

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Grand Hotel et de Milan

Via A. Manzoni 29 - 20121

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Lile in cucina

Via F. Guicciardini 5 - 20129

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Panificio Davide Longoni

Via G. Tiraboschi 19 - 20135

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Pasticceria Marchesi

Via Santa Maria alla Porta 11a - 20123

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Trattoria Masuelli San Marco

Viale Umbria 80 - 20135

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La Nuova Arena

Piazza Lega Lombarda 5 - 20154

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Pavé

Via F. Casati 27 - 20124

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Antica Trattoria della Pesa

Viale Pasubio 10 - 20154

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Picchio

Via Melzo 11 - 20129

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Piero e Pia

Piazza D. Aspari 2 - 20129

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Polpetta DOC

Via B. Eustachi 8 - 20129

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Osteria del Treno

Via San Gregorio 46 - 20124

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Fonderia Artistica Battaglia

Via Stilicone 10 - 20154

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Pasticceria Cucchi

Corso Genova 1 - 20123

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Otto

Via Paolo Sarpi 10 - 20154

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DRY Cocktails & Pizza

Via Solferino 33 - 20121

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Capetown Café

Via Vigevano 3 - 20144

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Pisacco

Via Solferino 48 - 20121

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CONVERSO

CLS Architetti - San Paolo Converso Piazza S. Eufemia, Milano - 20122

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​LùBar

Via Palestro, 16 - 20121

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Claudio Verna

17 September – 20 December
Monday – Friday 10 am-7 pm
Saturday by appointment

Opening 17 September from 6 to 9 pm

Corso di Porta Nuova 38, 20121

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Silvia Bächli “Nähern”

18 September – 22 November
Tuesday – Saturday
10 am-7.30 pm (closed 1-3 pm)

Opening 17 September from 7 to 9 pm

Via A. Stradella 1, 4, 7, 20129

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Galleria Raffaella Cortese ha il piacere di annunciare la terza mostra personale di Silvia Bächli dal 2013, anno della prima collaborazione.

Artista svizzera attiva sin dagli anni ‘80, ha dedicato la sua ricerca allo sviluppo del disegno in bilico tra astrazione e accenni di figurazione, tra narrazione e azione. Un lessico di linee, griglie, movimenti in continua evoluzione caratterizza la sua produzione inconfondibile, un’indagine costante ma in perenne mutamento. La genesi è da rintracciarsi nella realtà, nella quotidianità, nell’accidentale: una regione invisibile di emozioni e impressioni che vengono formalizzate in un linguaggio intrinsecamente legato al medium.

Uno stile immediato e minimale che dà voce ad un codice di segni, forme, spazi, caratterizzato da sintesi, controllo del gesto, equilibrio misurato, pur conservando sempre qualcosa di incompiuto. La presenza dell’artista si avverte nella diversa pressione della pennellata, negli arresti, nella densità e nelle sfumature dei toni di gouache. I limiti del suo agire sul foglio corrispondono alla dimensione corporale mentre nella composizione come nelle pause si riconosce un’assonanza con la musica: Nella musica, il silenzio è importante tanto quanto le note suonate (Silvia Bächli, 2018).

In occasione della mostra in galleria sono presentati recenti lavori che testimoniano la continuità di una ricerca in costante progresso: Sono sempre meno interessata a storie narrative con un inizio e una fine – afferma l’artista – L’effimero tra le storie e il tono stanno diventando più importanti per me, con tutte le loro lacune, tutto ciò che è non detto, le allusioni, le pause... Le storie che non possono essere addomesticate dalle parole. Storie che nascono dalle linee che si intersecano o scorrono vicine senza mai incontrarsi. Storie che nascono dagli spazi vuoti delle griglie non simmetriche ma incisive. Disegni che non rappresentano ma suggeriscono: E ci sono stati per i quali non abbiamo parole – continua Bächli – ma che possono ancora diventare un’immagine (Silvia Bächli, 2018).

Simone Forti “On An Iron Post”

18 September – 22 November
Tuesday – Saturday
10 am-7.30 pm (closed 1-3 pm)

Opening 17 September from 7 to 9 pm

Via A. Stradella 1, 4, 7, 20129

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Raffaella Cortese ha il piacere di annunciare On An Iron Post, un importante ritorno di Simone Forti in mostra in una galleria italiana dopo la storica collaborazione con la Galleria Attico di Roma negli anni ’70.

Simone Forti è stata presente in Italia negli ultimi anni attraverso la partecipazione a performance e workshop, dal Museo del Novecento di Milano a Palazzo Zenobio di Venezia, e Galleria Raffaella Cortese è orgogliosa di dedicarle una mostra personale nel suo spazio principale in via Stradella 7.

Italiana di origine e trasferita fin da piccola a Los Angeles, Simone Forti è da oltre cinque decenni una figura di spicco nel panorama internazionale per lo sviluppo della performance contemporanea. Artista, coreografa, danzatrice, scrittrice, Simone Forti si è dedicata alla ricerca di una consapevolezza cinestetica e di composizione, rimanendo sempre legata alla sperimentazione e all’improvvisazione.

La collaborazione con altri artisti, partendo dai suoi mentori Anna Halprin – che Raffaella Cortese ha esposto nel 2012 – e John Cage, fino ad arrivare a musicisti quali Charlemagne Palestine e Peter Van Riper, ha rappresentato un altro pilastro della sua pratica artistica.

Nei primi anni ‘60, insieme a ballerini tra cui Steve Paxton e Yvonne Rainer, Simone Forti ha contribuito a innovare l’idea della danza e della performance art introducendovi i movimenti della vita di tutti i giorni. Durante il suo periodo romano, in cui abitava in prossimità dello zoo, ha cominciato a sviluppare parti di performance partendo dall’osservazione dei movimenti degli animali. Nelle opere più recenti, News Animation, ha cominciato ad includere l’uso delle parole nella sua danza.

In occasione della personale in Galleria, Simone Forti presenta opere recenti accompagnate da alcuni lavori storici. Con le seguenti parole, statement della mostra, ci invita a vivere questa esperienza:

I am happy to be showing recent work, a triptych of related videos. As the center of gravity of the show, “On an Iron Post”, they present an intimately physical engagement with ocean, river and lakefront and with sand, water and snow. Each video somehow refers to the broader world, with a mass of newspapers, with an abstracted flag, and with a little black crank-up radio. There is no intended message, but rather an invitation to let your body have it’s own ideas and thoughts. Simone

(Sono contenta di esporre lavori recenti, un trittico di video correlati. Come centro di gravità della mostra, “On an Iron Post”, questi presentano un coinvolgimento intimamente fisico con l’oceano, il fiume, il lago e con la sabbia, l’acqua e la neve. Ogni video si riferisce in qualche modo al mondo più ampio, con una massa di giornali, una bandiera astratta, e una piccola radio nera a manovella. Non è presente un messaggio previsto, ma piuttosto un invito a lasciare che il vostro corpo abbia le proprie idee e pensieri. Simone).

Simone Forti è nata a Firenze (Italia) nel 1935. Vive e lavora a Los Angeles. I suoi lavori e le sue performance sono stati presentati a: Kunsthaus Zurich (2017), Hammer Museum, Los Angeles (2015, 2013), Centre Pompidou, Parigi (2015), Louvre Museum, Parigi (2014), Museum of Modern Art (MoMA), New York (2014, 2013, 2009, 1979, 1978), Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid (2013), Guggenheim Museum, New York (2013), Hayward Gallery, Londra (2010), Galleria L’Attico, Roma (2008, 1972,1969, 1968), Getty Museum, Los Angeles (2004), Musée d’art moderne et contemporain (MAMCO), Ginevra, (2003), Fondation Cartier pour l’art contemporain, Parigi (2002), Whitney Museum of American Art, New York (2001), Castello di Rivoli, Torino (1999), P.S.1, New York (1983, 1977, 1976), Kunsthalle, Basilea (1979), San Francisco Museum of Art, San Francisco (1977), Yoko Ono Studio, New York (1969, 1961), Merce Cunningham Studio, New York (1961).

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herman de vries “all all all”

12 September – 30 November
​Monday Friday ​10:30 a.m – 7:00 p.m
Saturday only by appointment

Opening 12 September from 6 to 8.30 pm

Corso di Porta Nuova 46/B, 20121

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After the artist’s solo show inaugurated in London in 2017, Cortesi Gallery is pleased to present in Milan the work of dutch artist herman de vries (Alkmaar, Netherlands, 1931): a leading figure in twentieth-century European art whose importance is gradually garnering international attention.
The exhibition, curated by Francesca Pola and realized in collaboration with the artist and his studio, brings together a series of highly significant examples of his work, to retrace the key stages in his creative career. Thanks to the chronological variety and the different types of the work included, the exhibition represents the first authentic retrospective of the artist in Italy: this is an opportunity to admire not only his monumental works in the Gallery, but also other particularly meaningful pieces which marked his creative path.

From the time of his early involvement in the international movement ZERO, in the late 1950s and early 1960s, de vries has always pursued the idea of simplicity and economy in his expressive, compositional, and working methods, in an attempt to recreate the basic mechanisms of life within the artistic process. Over the decades, his oeuvre has shown an extraordinarily rich penchant for invention and for experimentation with different materials and languages; art, science and philosophy are constantly interwoven and tied to the world around us. The aim of this exhibition is to convey this conceptual complexity, but also the sensory impact of de vries’ work, which is always a one-of-a-kind experience of extraordinary physical and mental intensity.

The show sets off with a number of works from his “random objectivation” series of the early 1970s: basic geometric configurations and white monochromes, influenced by Zen Buddhism and Taoism, and conceived as an antidote to the subjectivity and emotion of the previous Informel trends in Europe.
In the mid-1970s, de vries began to concentrate on natural materials, processes and phenomena, presenting them as primary physical realities of human existence: ever since, he has collected, arranged, singled out and displayed fragments of nature and culture, calling attention to both the oneness and the diversity of the world around us.

The exhibition therefore includes works made from organic materials such as earth from various parts of the globe, leaves, flowers, and plant matter of various origin, stones, ash, wood, and charcoal.
The hub from which de vries’ work springs is the biotope he has developed at his home base in Eschenau, Germany, and during his travels around the world. Earth, in particular, as a physical expression of different places, is also a symbolic element used by de vries; it becomes an echo of different cultures, and a natural pigment that reflects the basic, primary chromatic gradations of the world.

An extraordinary work presented in the exhibition is from earth: vergleichende landschaftstudien (1994 – 1996), made of 12 elements, each of them containing samples of earth collected in different places of the world, from Germany to Sicily, from Scotland to Senegal.
Juxtaposed with these works made from natural elements are pieces in which language itself – both visual and conventional – serves as the key material of the work, constructed by singling out and repeating an individual semantic unit or word. The choice of these words is not purely random, but rather prompts reflection on our being-in-the-world: the terms that appear in these pieces, such as “endless”, “this”,

“happy”, and above all “change”, are all keys to understanding the essence of de vries’ work, which is grounded in a fundamental dialectic between determinacy and indeterminacy, construction and destruction, compositional patterns and freedom of expression, though this conflict is always resolved in the crucial moment of the unique, never-to-be-repeated experience.

Among them is the work all all all (1994), on loan from Kunsthalle Schweinfurt, that lends its name to the show: to signify the artist’s will to include in his own work the complexity of the world, in its natural and artificial parts that are strictly interconnected and communicate with one another.
Emblematic is also the return of beauty (2003), made up of a collection of human-made artefacts that, as unused fragments that have ceased to serve any function, once again become part of the natural process: it is an invitation to rediscover the “return of beauty” in its basic essence, as traces of life poised between nature and artifice.

Himself a biologist and natural scientist, de vries believes that nature’s processes and phenomena cannot be translated and explained in merely rational terms: all of his work moves towards a suspended, poetic transposition of the meaning of life, focusing on the complex relationships between nature and culture, and how these two components of our lives influence each other.

One of the most engaging parts of the show is the installation rosa damascena. Realized on site, it is the compelling poetic and sensory impression created by the colour, but above all, the fragrance of dozens of small rose buds, arranged to form a circle at the centre of the exhibition; each visitor who walks around it comes away with a different personal experience of enormous mental and physical power. The multisensory nature of the show, in which the encounter with de vries’ work unfolds on more than one plane of perception (visual, olfactory and conceptual) points to the exceptional vitality of this artist’s work.

The exhibition is accompanied by a fully illustrated catalogue published by Mousse, which includes an essay by Francesca Pola, images of selected works, installation views of the London and Milan exhibitions and a bio-bibliographic appendix. Based on extensive art-historical research, it offers a more complete overview of de vries’ work and is meant to pave the way to further international studies.

herman de vries (Alkmaar, Netherlands, 1931) lives and works in Eschenau, Germany. He is considered an internationally pivotal figure in twentieth-century Dutch art. In 1954 he began working with mobiles, collage, and monochrome, and quickly took on a prominent role in the Dutch group Nul and the international movement ZERO; this also included intense involvement with experimental publishing, in projects such as the review Integration. His works can be found in the collections of museums around the world, and in 2014 and 2015 were featured in the exhibitions on ZERO at the Guggenheim Museum in New York, the Martin Gropius Bau in Berlin, and the Stedelijk Museum in Amsterdam. He represented the Netherlands at the International Art Exhibition of the Venice Biennale in 2015, where his project in the national pavilion and on the island of Lazzaretto Vecchio drew unanimous praise from critics and visitors.

 

Cortesi Gallery, dopo la prima personale dell’autore inaugurata a Londra nel 2017, è lieta di presentare nella propria sede milanese, l’artista olandese herman de vries (Alkmaar, Olanda, 1931): figura fondamentale nell’arte europea della seconda metà del XX secolo, la cui importanza sta gradualmente raggiungendo una crescente attenzione internazionale.

La mostra, curata da Francesca Pola e realizzata in collaborazione con l’artista e il suo studio, raccoglie una serie di esempi fondamentali del suo lavoro, al fine di presentare i momenti cruciali della sua attività creativa. Per completezza e varietà cronologica e tipologica, l’esposizione si configura come la prima autentica retrospettiva dell’artista in Italia: è un’occasione unica per poter vedere raccolte negli spazi della galleria opere monumentali insieme a lavori altamente significativi, che ne esemplificano l’intero iter creativo.

Sin dai propri esordi nel movimento internazionale di ZERO, tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, de vries ha costantemente lavorato su un’idea di essenzialità ed elementarità espressiva, compositiva e operativa, cercando di ricreare, attraverso l’operazione artistica, i meccanismi fondamentali della vita. Nel suo lavoro, caratterizzato attraverso i decenni da una straordinaria ricchezza inventiva di soluzioni e sperimentazioni materiche e linguistiche, l’arte, la scienza e la filosofia vengono costantemente messe in relazione tra di loro e con la realtà del mondo. Obiettivo di questa mostra è presentare tale complessità concettuale ma anche immediatezza sensoriale del lavoro di de vries, l’incontro con il quale costituisce sempre un’esperienza unica, di eccezionale intensità fisica e mentale.

La mostra prende le mosse da alcune opere del ciclo delle “random objectivation” (oggettivazioni casuali) dei primi anni Settanta, composizioni elementari geometriche e monocrome bianche, influenzate dalla cultura orientale del buddismo zen e del taoismo, e concepite quale antidoto alla soggettività ed espressività emotiva delle precedenti tendenze europee informali.

A partire poi dalla metà degli anni Settanta, de vries si è concentrato su materiali, processi e fenomeni naturali, presentandoli come realtà primarie e fisiche dell’esistenza umana: da allora, raccoglie, ordina, isola e presenta frammenti di natura e cultura, dirigendo la nostra attenzione sia verso l’unicità che verso la diversità del mondo che ci circonda. Sono così presenti in mostra lavori realizzati con materiali organici come terre provenienti da diverse parti del mondo, foglie, fiori e piante di varia origine vegetale, pietre, ceneri, legno, carbone. Fulcro di germinazione dell’opera di de vries è il biotopo da lui sviluppato a Eschenau, in Germania, dove risiede, e durante i suoi viaggi in tutto il mondo. La terra in particolare, come espressione fisica di diversi luoghi, è per de vries anche un elemento simbolico, che diviene traccia di differenti culture, e viene utilizzata come pigmento naturale che intende presentare le dimensioni cromatiche essenziali e primarie del mondo. Presenza straordinaria in mostra è il grande lavoro ‘from earth: vergleichende landschaftstudien’ (1994 – 1996), articolato in 12 elementi che raccolgono ciascuno campionature di terre provenienti da luoghi diversi del mondo, dalla Germania alla Sicilia, dalla Scozia al Senegal.

In dialogo con i lavori costituiti da elementi naturali, vi sono opere nelle quali è invece il linguaggio stesso, visivo e convenzionale, con l’isolamento ripetuto di un singolo segno o di una singola parola, a costituire l’elemento primario e fondamentale dell’opera. La scelta di tali parole non è puramente casuale ma

determina una riflessione concettuale sul nostro essere nel mondo: termini come endless (senza fine), this (questo), happy (felice) e soprattutto change (cambiamento), presenti in queste opere, sono tutte parole chiave per comprendere l’essenza del lavoro di de vries, fondato su una dialettica fondamentale tra determinazione e indeterminazione, costruzione e distruzione, regolarità compositiva e libertà espressiva, sempre e comunque risolta nel momento fondamentale dell’esperienza irripetibile e unica del momento. Tra questi, la grande opera all all all (1994), in prestito dalla Kunsthalle Schweinfurt, da anche il titolo alla mostra: a significare la volontà dell’artista di includere nel proprio lavoro il complesso del mondo, nelle sue componenti naturali e artificiali come strettamente interconnesse e dialoganti tra loro. In questo senso, emblematica è anche the return of beauty (2003), opera costituita da una raccolta di artefatti di origine umana che, nella loro condizione di frammenti inutilizzati dopo che ne è cessata la funzione, ritornano parte del processo naturale: è un invito a ritrovare appunto il “ritorno della bellezza” di questa dimensione primaria che li connota, come tracce di vita tra natura e artificio.

Biologo e scienziato egli stesso, de vries ritiene che i processi e i fenomeni naturali non possano essere tradotti e spiegati unicamente in termini razionali: tutto il suo lavoro tende a questa trasposizione poetica e sospesa del significato della vita, concentrandosi sulle relazioni complesse tra natura e cultura, e su come queste due componenti della nostra esistenza si influenzano a vicenda.

Una delle parti più coinvolgenti della mostra è poi l’installazione rosa damascena, realizzata in loco e costituita da una fortissima esperienza poetica e sensoriale, indotta dal colore ma soprattutto dal profumo di decine di piccoli bulbi di rosa, collocati a costituire uno spazio circolare al centro dell’esposizione, attorno al quale ciascun visitatore vive una esperienza immediata differente e di grande energia psicofisica. La sostanza multisensoriale della mostra, dove l’incontro con l’opera di de vries avviene a diversi livelli di percezione (da quella visiva, a quella olfattiva, a quella concettuale), conferma così la straordinaria vitalità dell’opera di questo autore.

La mostra è accompagnata da un catalogo completamente illustrato, edito da Mousse, che include un saggio di Francesca Pola, immagini di una selezione delle opere esposte, vedute della mostra di Londra e di Milano e un’appendice bio-bibliografica. Fondato su un’estesa ricerca storico-artistica, offre una comprensione più completa e apre a ulteriori studi internazionali sul lavoro di de vries.

herman de vries (Alkmaar, Olanda, 1931) vive e lavora a Eschenau in Germania. È una delle figure internazionalmente cruciali dell’arte olandese della seconda metà del XX secolo. Dal 1954 lavora a mobiles, collage, monocromi, assumendo precocemente un ruolo di protagonista nel gruppo olandese Nul e nel movimento internazionale di ZERO, anche attraverso un’intensa attività di editoria sperimentale, tradotta ad esempio nella rivista Integration. Sue opere sono presenti in musei di tutto il mondo e ha partecipato tra 2014 e 2015 alle mostre dedicate a ZERO al Guggenheim Museum di New York, al Martin Gropius Bau di Berlino e allo Stedelijk Museum di Amsterdam. Ha rappresentato l’Olanda alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia del 2015, con un progetto articolato tra il padiglione nazionale e l’isola del Lazzaretto Vecchio, che ha riscosso unanime successo di critica e pubblico.

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Carl Andre “Works on paper”

13 September – 22 December
Tuesday – Saturday
11 am – 7 pm

Opening 12 September from 6 pm

Lambrate/Ventura
Via G. Ventura 5, 20134

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"Carl Andre ha iniziato come poeta. Lo scultore che è diventato nel tempo non dovrebbe far dimenticare che i suoi primi materiali d’elezione sono stati le parole e i nomi, non il rame, il legno e l’acciaio” – Christophe Cherix.

La galleria Massimo De Carlo è lieta di inaugurare la nuova stagione espositiva con una personale di Carl Andre. La mostra sarà la prima rassegna esaustiva in Italia delle opere su carta dell’artista, lavori composti di poesie scritte a macchina che precedono e anticipano la pratica scultorea di Andre, offrendo la possibilità di comprendere più intimamente la sua sfera intellettuale.

Gli scritti su carta sono alcuni dei primi lavori di Carl Andre, che iniziò a produrli alla fine degli anni ‘50; in mostra ci sarà una selezione di opere datate dal 1958 al 1963, un periodo in cui l’artista visse a New York e condivise il suo studio con Frank Stella. Lunghe una o più pagine, tutte le poesie sono state composte con una macchina da scrivere manuale e possono essere lette come dei disegni o declamate ad alta voce.

È già possibile riconoscere in queste poesie le più importanti intuizioni estetiche e concettuali di un artista oggi riconosciuto per aver creato un nuovo linguaggio nella scultura: la radicale importanza della ripetizione nella pratica artistica e l’idea di utilizzare materiali già esistenti, tagliarli e ricomporli. Andre affermava spesso di tagliare i testi come il legno, o di battere i tasti della macchina da scrivere come un martello che scendeva su un foglio.

La mostra sarà un’occasione unica per vedere opere che raramente sono state esposte insieme e sono state parte di una celebrata retrospettiva itinerante partita dal DIA nel 2014 e passata per il Reina Sofia, l’Hamburger Bahnhof, il Musée Moderne de la Ville de Paris, e il Los Angeles MoCA. Parte dei lavori fanno parte della mostra permanente della Fondazione Chinati mentre lo Stedelijk Museum possiede una collezione significativa di questo corpo di opere. La Tate Gallery di Londra ha attualmente in corso un progetto di riorganizzazione di queste opere in un catalogo ragionato.

McArthur Binion “Ink: work”

13 September – 22 December
Tuesday – Saturday
11 am – 7 pm

Opening 12 September from 6 pm

Lambrate/Ventura
Via G.Ventura 5, 20134

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Massimo De Carlo is pleased to inaugurate the new season with the first solo exhibition in Italy by the American artist McArthur Binion, who returns to Italy after having taken part in the 2017 Venice Biennale.

American artist McArthur Binion was born in Mississippi in 1946 and is now based in Chicago. Throughout his fifty-year practice of assemblage painting, the artist has interwoven individual memories with historical recollection and his experience of America in the past, by layering paint and personal memorabilia onto large-scale canvases.

Ink:Work presents a new series of works made specifically for this exhibition, that revolve around the use of colour and ink, specifically secondary colours that the artist applies with paint stick. The works on show are a continuation of the artists’ DNA series, an exploration of the relationship between past and present. In each of these works the artist blends private documents, hand written pages of his old phone books (where names from the past such as ‘Mary Boone’ and ‘Basquiat’ evoke the 70s and 80s New York art scene) are covered with layers of painted coloured grids, that conceal and at the same time introduce the narration element of his practice. McArthur lived in NYC from 1973 until 1992, everything and everyone who revolved around his studio at the time is captured and framed in each painting.

The use of personal documents asserts the artist own existence and the layers of paint encompass the artist’s experience with authority and the art world in America. Talking about the series Binion stated that he was interested in “how to bring something into being: not to have it fabricated but to work in an applied way”.

 

La galleria Massimo De Carlo è lieta di inaugurare la nuova stagione espositiva con la prima mostra personale in Italia, dopo la sua partecipazione alla Biennale di Venezia del 2017, dell’artista Americano McArthur Binion.

McArthur Binion è nato in Mississippi nel 1946 e vive a Chicago. Nel corso di cinquant’anni di esperienza con l’assemblage pittorico, l’artista ha intrecciato i suoi ricordi privati con la memoria storica dell’America del passato, creando stratificazioni di pittura e memorabilia personali su tele di grandi dimensioni.

Ink:Work presenta una nuova serie di opere realizzate specificamente per questa mostra, che ruotano intorno all’uso del colore e dell’inchiostro, in particolare ai colori secondari che l’artista applica con i pastelli a olio. Le opere in mostra sono la continuazione della DNA series un'esplorazione del rapporto tra passato e presente. In questi lavori i documenti privati dell’artista, pagine scritte a mano dei suoi vecchi elenchi telefonici (dove nomi come "Mary Boone" e "Basquiat" evocano la scena artistica newyorkese degli anni '70 e '80) vengono coperti da strati di colore, griglie dipinte che occultano e al tempo stesso organizzano sulla tela l’elemento narrativo della sua pratica. McArthur ha vissuto a New York dal 1973 al 1992: chiunque passò nel suo studio in quegli anni è stato in qualche modo catturato dentro ai suoi quadri.

Se l’uso dei documenti personali è un’affermazione della sfera individuale dell’artista, gli strati di pittura ne illustrano l’autorialità e il rapporto con l’arte americana. Parlando della serie, Binion ha dichiarato di aver cercato “un modo per portare qualcosa ad essere senza averlo inventato ma lavorando con le modalità dell’arte applicata".

McArthur Binion “Ink: work”

13 September – 27 October
Tuesday – Saturday
11 am – 7 pm

Opening 12 September from 6 to 9 pm

Palazzo Belgioioso
Piazza Belgioioso 2, 20121

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Mathis Altmann “Delve of Spade”

22 September – 27 October
Monday – Friday 10.30 am - 5.30 pm
Saturday 2 - 6 pm

Opening 21 September from 6.30 to 9 pm

Via del Vecchio Politecnico 3, 20121

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Istituto Svizzero is pleased to present “Delve of Spade”, the first solo presentation in Italy by the Swiss artist Mathis Altmann.

 

“Delve of Spade” is an antiquated term. It is out of fashion, yet evokes weathered, vintage desires. Rarely used in contemporary English, its German equivalent, Spatenstich, is commonly used to describe the ceremonial act of breaking the soil to celebrate the construction of a new building. It is an artisanal first dig, executed by hands before heavy machinery takes over. It is a nostalgic act that harkens back to bare naked human effort and the suffering blistered hand.

Altmann’s exhibition connects issues mined in his previous projects this year: the growing ubiquitousness of tech-related aesthetics in urban architecture, commerce, and social interaction. Resonating from his sculptures is an attempt not to lecture, but to render these same objects, that power commercial desirability, inefficient. Claims on clear positions disappear into a dreamscape, and questions about models of rejection and embracement appear.

 

Central to the exhibition are new sculptures and an installation which mock open workspace environments, a common aesthetic turned global phenomena throughout trade-oriented metropolitan centres. These areas designed for the needs of cognitive workforces and new form of mobile, transient labour. Homogenous and repetitive, so recognisable so as not to distract. Streamlined for efficiency. Easy to plug into.

Altmann’s commute to his studio in Los Angeles takes him through an explosion of the latest test-epicentre and its offshoot urban developments. One of them is known as “The Arts-District “, a former industrial dead-zone turned “Fallout zone” (in the artist’s words), supercharged with designer protein supplements and real estate on steroids that intimidate neighbouring cities.

Capturing encounters in the “Fallout zone”, Altmann funnels materials and re-created developments into narratives for his sculptures. In “Delve of Spade”, like in a play or film, objects become scenographic tools.

 

Mathis Altmann (b. Munich, 1987) lives and works in Los Angeles and Zurich. Recent solo exhibitions include: Art Basel: Statements, Basel (2018), Freedman Fitzpatrick, Paris (2018); Freedman Fitzpatrick, Los Angeles (2017); Swiss Institute, New York (2016); Truth & Consequences, Geneva (2016); Paramount Ranch 3, Los Angeles (2016); and Halle für Kunst, Lüneburg (2015). Recent group shows include: October Salon, Belgrade (2018); MD72/Galerie Neu, Berlin (2017); MAAT, Lisbon (2017); and Palais de Tokyo, Paris (2016).
His work is in the collections of Fonds Cantonal d’Art Contemporain de Genève, Geneva; the Hammer Museum, Los Angeles; Mobilière, Bern; and The Rubell Family Collection, Miami. He is a recipient of the Prix Mobilière (2016); the Swiss Art Award (2015); Zurich Atelierstipendium (2014); and ZKB Art Award (2013).

 

L'Istituto Svizzero presenta “Delve of Spade”, la prima mostra in Italia dell'artista svizzero Mathis Altmann.

“Delve of Spade” è un'espressione desueta e non più utilizzata, che tuttavia evoca un desiderio obsoleto. Raramente utilizzato nell'inglese contemporaneo, il suo equivalente in lingua tedesca è Spatenstich, comunemente usato per indicare la “posa della prima pietra”, il gesto cerimoniale che inaugura la costruzione di un nuovo edificio. È l’unica azione compiuta manualmente prima dell'intervento dei mezzi meccanici. È un gesto dal sapore nostalgico che riporta al presente lo sforzo del lavoro a mani nude, segnate dalla fatica.

Nella mostra convivono elementi provenienti da progetti ai quali Altmann ha lavorato durante l'ultimo anno: la crescente presenza dell'estetica tech nell'architettura urbana, nel commercio e nelle relazioni sociali. Le sue sculture non sono assertive, al contrario la loro funzione è di mostrare come inefficienti gli oggetti commercialmente desiderabili. Le posizioni nette scompaiono sullo sfondo, a favore di una critica sulle modalità di rifiuto e accettazione.

 

La mostra è composta da una serie di nuove sculture e da un'installazione di modelli che ricostruiscono spazi di coworking, oggi ampiamente diffusi nelle grandi città e accomunati dalle stesse caratteristiche. Questi ambienti sono progettati secondo le nuove esigenze di flessibilità tipiche del lavoro temporaneo. Omogenei e modulari, sono riconoscibili e concepiti in modo da limitare la distrazione e sono razionalizzati secondo un'idea di efficienza e accessibilità.

Altmann riflette sull’esplosione urbana che ha interessato l’area – ultimo luogo della città oggetto di sperimentazione – mentre percorre la strada verso il suo studio a Los Angeles. Una di queste aree è conosciuta come “The Arts-District”, una ex zona industriale abbandonata che l'artista chiama ironicamente “Fallout zone”, come se design ed edilizia fossero vitamine, integratori e steroidi che sovralimentano la zona, a discapito delle città circostanti.

Immortalando le situazioni nella “Fallout zone”, Altmann raccoglie materiali diversi accorpandoli nelle sue sculture in forma di narrazioni. In “Delve of Spade”, gli oggetti diventano elementi scenografici, come accade in un film o in uno spettacolo teatrale.

 

Mathis Altmann (nato a Monaco, 1987) vive e lavora a Los Angeles e Zurigo.Recenti mostre personali includono: Art Basel: Statements, Basilea (2018), Freedman Fitzpatrick, Parigi (2018); Freedman Fitzpatrick, Los Angeles (2017); Swiss Institute, New York (2016); Truth & Consequences, Ginevra (2016); Paramount Ranch 3, Los Angeles (2016); e Halle für Kunst, Lüneburg (2015). Recenti mostre collettive includono: October Salon, Belgrado (2018); MD72/Galerie Neu, Berlino (2017); MAAT, Lisbona (2017); e Palais de Tokyo, Parigi (2016).
Il suo lavoro fa parte delle collezioni di Fonds Cantonal d’Art Contemporain de Genève, Ginevra; il Hammer Museum, Los Angeles; Mobilière, Berna; e The Rubell Family Collection, Miami. Ha ricevuto il Prix Mobilière (2016); il Swiss Art Award (2015); Zurich Atelierstipendium (2014); e ZKB Art Award (2013).

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Nancy Spero “Sky Goddess”

14 September – 25 October
Tuesday – Saturday
11 am – 7.30 pm

Opening 13 September from 6.30 to 9 pm

Via di Porta Tenaglia 7, 20121

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Carla Accardi

19 September – 10 November
Tuesday – Saturday
11 am – 7.00 pm

Opening 18 September from 7 pm

Via Massimiano 25, 20134

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Leonor Antunes “the last days in Galliate”
Curated by Roberta Tenconi

14 September – 13 January
Thursday – Sunday
10 am-10 pm

Opening 13 September from 7 pm

Via Chiese 2, 20126

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Slight Agitation 4/4: LAURA LIMA

15 June – 22 October
Mon / Wed / Thu, 10 am-8 pm
Fri / Sat / Sun, 10 am-9 pm

Opening 15 June from 10 am

Largo Isarco 2, 20139 / Osservatorio Fondazione Prada,

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Dal 15 giugno al 22 ottobre 2018 Fondazione Prada presenta “Slight Agitation 4/4: Laura Lima”, il quarto e ultimo capito del progetto espositivo concepito dal Thought Council di Fondazione Prada, attualmente composto da Shumon Basar, Elvira Dyangani Ose e Dieter Roelstraete.

“Slight Agitation” è un progetto in quattro capitoli che comprende opere site-specific commissionate per l’occasione ed esposte negli spazi della Cisterna all’interno della sede milanese di Fondazione Prada. I primi tre capitoli hanno visto come protagonisti Tobias Putrih (Slovenia, 1972), Pamela Rosenkranz (Svizzera, 1979) e il collettivo austriaco Gelitin, e ora proseguono con l’ultima installazione dell’artista brasiliana Laura Lima.

Il progetto presentato da Laura Lima segue rispettivamente l’installazione di Putrih, che si è confrontato con le idee di gioco, politica ed emancipazione; l’intervento di Rosenkranz che ha offerto ai visitatori un’immersione multisensoriale in una nuova percezione di fisicità e collettività; e il progetto di Gelitin, focalizzato sugli archetipi dell’architettura classica di cui ha sovvertito la retorica e le componenti monumentali. Con “Horse Takes King” (Cavallo mangia re) Laura Lima presenta un esperimento eccentrico nel quale cerca di alterare i sensi che determinano la nostra percezione, installando negli spazi della Cisterna tre grandi sculture che costituiscono altrettante espressioni di un sistema tassonomico all’apparenza assurdo.

John Bock “The Next Quasi-Complex”

18 July – 24 September
Mon / Wed / Thu, 10 am-8 pm
Fri / Sat / Sun, 10 am-9 pm

Opening 18 July

Fondazione Prada
Largo Isarco, 2, 20139

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Milano, 27 giugno 2018 – Fondazione Prada presenta “The Next Quasi-Complex”, una mostra di John Bock, aperta al pubblico dal 18 luglio al 24 settembre 2018 nella sede di Fondazione Prada a Milano.

Concepito dall’artista tedesco John Bock (Gribbohm, 1965) per gli spazi del Podium, il progetto riflette la particolare pratica dell’artista, che alla scultura e all’installazione site-specific combina liberamente elementi performativi. Le performance, che Bock chiama “lectures”, ovvero parodie di presentazioni accademiche, si svolgono in ambienti allestiti con oggetti di uso quotidiano, materiali trovati e di scarto, mobili e altri elementi, disposti a formare universi assurdi o illogici, in cui i visitatori sono invitati a partecipare.

Per questo progetto Bock trasforma il piano terra del Podium in un mondo eccentrico e surreale, un teatro dell’assurdo in cui intreccia umorismo nero e discipline quali filosofia, economia, musica, moda e frammenti di vita quotidiana.

“The Next Quasi-Complex” presenta due grandi installazioni provenienti dalla Collezione Prada: il palco mobile di When I’m Looking into the Goat Cheese Baiser (2001) e il salotto di Lütte mit Rucola (2006). Nuove architetture sperimentali, frammenti di pareti, strutture improvvisate e una selezione di opere esistenti sono incorporati nel progetto, che si snoda attorno a uno spazio centrale lungo un percorso circolare.

Gli oggetti in mostra si presentano sia come scenografie che come strumenti per le performance o provengono dai set dei film realizzati dall’artista. Assemblati in installazioni, danno luogo a quello che Bock definisce una “summutation” (sommutazione), ovvero la trasformazione di ciò che resta dopo una lezione o le riprese di un film. Se affiancata ai video girati durante ogni performance, la “sommutazione” diventa il risultato visuale dell’opera stessa, documentando il risultato creativo e visivo dell’installazione e il suo possibile utilizzo.

Lütte mit Rucola (2006) nasce dall’omonimo film in cui l’artista recita il ruolo di un pazzo omicida che fa a pezzi la sua vittima ancora viva. Nel contesto del Podium, il set del film diventa installazione, ricreando il salotto in cui si è svolta la tortura. Il pubblico ne diventa testimone osservando la ricostruzione da un balcone che si affaccia sulla scena. When I’m looking into the Goat Cheese Baiser (2001) è una scenografia mobile utilizzata da Bock durante una delle sue performance: un assemblaggio caleidoscopico di arredi scenici che aspettano solo di prendere vita nelle mani dell’artista, così come documentato nel video della “lecture” tenutasi a New York nel 2001.

Intorno alle installazioni centrali trovano posto altre costruzioni, tutte accessibili tramite scale, piccole porte, tende o tunnel. Una tenda fatta di calzini imbottiti ospita un assemblage di “attrezzi morti”. Un’altra stanza ospita un’installazione composta da due vetrine che mostrano e al tempo stesso nascondono il loro contenuto eterogeneo e surreale. Alcuni pannelli riportano frammenti di racconti e diagrammi, ulteriore testimonianza della comunicazione sperimentale e delle interazioni anti-accademiche con il pubblico, emblematiche della pratica dell’artista. Una tenda cilindrica racchiude una sedia sospesa a una catena, la cui presenza, associata ad alcuni attributi fisici, rimanda al tema del “LeibSein”, ovvero “CorpoEssere” secondo il linguaggio dell’artista.

La mostra ospiterà l’8 settembre 2018 una performance durante la quale John Bock e gli attori Lars Eidinger e Sonja Viegener attiveranno il palco di When I’m looking into the Goat Cheese Baiser, muovendosi all’interno del Podium “come una mosca intorno a una carcassa”.

“The Black Image Corporation”

20 September – 14 January
Mon / Wed / Thu, 10 am-8 pm
Fri / Sat / Sun, 10 am-9 pm

Opening 20 September

Fondazione Prada / Osservatorio
Galleria Vittorio Emanuele II, 20121

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Alfredo Jaar “Lament of the Images”

18 October – 01 January
Tuesday – Saturday
11 am-7 pm (closed 1.30-2.30 pm)

Opening 18 October

Via Stilicone 19, 20154

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Todd Norsten “Palookaville”

21 September – 08 November
Tuesday – Saturday
12 – 7 pm

Opening 20 September from 6 pm

Via Barozzi 6, 20122

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Rita Ackermann “Movimenti come Monumenti”
Curated by Gianni Jetzer. Artistic direction: Edoardo Bonaspetti

22 June – 29 September
Tuesday – Sunday
10.30 am - 8.30 pm

Opening 21 June

Viale E. Alemagna 6, 20121

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Andrea Kvas, Jonatah Manno, M’onma “Lo Spavento della Terra”

17 September – 08 November
Tuesday​ – Saturday from 11.30 am​-​7.30 pm or by appointment

Opening 17 September from 7 pm

Via ​A. Stradella, 5​, 20129

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Aldo Spoldi “La storia del mondo”

21 September – 10 November
Tuesday – Saturday, 10 am-7 pm (closed 1-3 pm)
(aperto:15 aprile / chiuso: 31 marzo, 25 aprile e 1° maggio)

Opening 20 September from 6 pm

Via Tadino 15, 20124

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Rosa Barba “Pensiero Spaziolungo”

04 September – 27 October
Tue - Sat 10 am - 7 pm

Opening 04 September from 7 to 9 pm

Viale Vittorio Veneto 30​, 20124

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Vistamarestudio is pleased to present Pensiero Spaziolungo, Rosa Barba’s first solo show at the gallery.

“Rosa Barba’s work is a subtle interrogation into and co-option of industrial cinema-as-subject, via various kinds of what might be understood as “stagings” … The effect [of] her work contests and recasts truth and fiction, myth and reality, metaphor and material to a disorientating degree… a conceptual practice that also recasts the viewer’s own staging as an act of radical and exhilarating reversal – from being the receiver of an image (a subject of control) to being in and amongst its engine room looking out.” (Ian White, 2011)

 

At the center of the show is Drawn by the Pulse, a new silent 35mm filmic sculpture that combines astronomical researches and cinematographic techniques. “I was intrigued about how stars actually work like a film projector and how Henrietta S. Leavitt was working like a filmmaker”. Filmed at the Harvard Astronomical Observatory the work is dedicated to American astronomer Henrietta S. Leavitt and her research on observation, quantification and calculation of the colour and luminosity of stars made visible on the photographic glass plates produced by two Harvard telescopes.

 

Rosa Barba has presented her sculptural objects, installations, live performances, site-specific interventions and cinematic works in solo exhibitions for nearly two decades. Her work has been exhibited in numerous solo and group exhibitions, biennials and film festivals worldwide. Recent solo exhibitions include Remai Modern, Saskatoon, Canada (2018; upcoming); Tabakalera, San Sebastian (2018); Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Palacio de Cristal, Madrid (2017); Pirelli HangarBicocca, Milan (2017); Vienna Secession (2017); Malmö Konsthall (2017); CAPC Musée d’art contemporain de Bordeaux (2016-2017); Schirn Kunsthalle Frankfurt (2016); Albertinum, Dresden (2015) and MIT List Visual Arts Center, Cambridge, MA (2015).
Her work has been widely published, most recently, in the monographic books Rosa Barba: From Source to Poem (2017) published by Hatje Cantz and Rosa Barba: The Color Out of Space (2016) published by MIT List Visual Arts Center/Dancing Foxes. Rosa Barba was awarded various prizes, amongst others the International Prize for Contemporary Art (PIAC) by the Fondation Prince Pierre de Monaco (2016). She lives and works in Berlin.

 

Vistamarestudio è lieta di presentare Pensiero Spaziolungo la prima personale di Rosa Barba in galleria.

“Il lavoro di Rosa Barba è una sottile interrogazione e cooptazione del cinema industriale come soggetto, attraverso varie forme che potrebbero essere considerate “messe in scena”… L’effetto (del) suo lavoro mette in discussione e rivisita verità e finzione, mito e realtà, il metaforico e il materiale, fino a disorientare… una pratica concettuale che modifica anche la messinscena dello spettatore come un atto di radicale ed esilarante inversione – da recettori di un’immagine (soggetti a un controllo esterno) ci troviamo dentro e in mezzo alla sala macchine a guardare verso l’esterno.” (Ian White, 2011)

 

Al centro della mostra la nuova opera Drawn by the Pulse, una scultura cinetica muta di 35mm che unisce ricerche astronomiche e tecniche cinematografiche. “Ero intrigata da come le stelle lavorano come un proiettore e da come Henrietta S. Leavitt lavorasse come un regista”. Girato all’Harvard Astronomical Observatory, il lavoro è dedicato alle ricerche dell’astronoma americana Henrietta S. Leavitt: l’osservazione, la quantificazione e il calcolo del colore e della luminosità delle stelle rese visibili sulle lastre di vetro fotografiche prodotte da due telescopi di Harvard.

 

Rosa Barba ha presentato i suoi oggetti scultorei, installazioni, performance dal vivo, interventi site specific e opere cinematografiche per quasi due decenni. Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre personali e collettive, biennali e festival di cinema in tutto il mondo. Le mostre personali recenti includono Remai Modern, Saskatoon, Canada (2018); Tabakalera, San Sebastian (2018); Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Palacio de Cristal, Madrid (2017); Pirelli HangarBicocca, Milano (2017); Vienna Secession (2017); Malmö Konsthall (2017); CAPC Musée d’art contemporain de Bordeaux (2016-2017); Schirn Kunsthalle Frankfurt (2016); Albertinum, Dresden (2015) e MIT List Visual Arts Center, Cambridge, MA (2015). Il suo lavoro è stato ampiamente pubblicato, di recente, nei libri monografici Rosa Barba: From Source to Poem (2017) pubblicato da Hatje Cantz e Rosa Barba: The Color Out of Space (2016) pubblicato da MIT List Visual Arts Center / Dancing Foxes. Rosa Barba ha ricevuto vari premi, tra cui il Premio Internazionale di Arte Contemporanea (PIAC) della Fondation Prince Pierre de Monaco (2016). Vive e lavora a Berlino.

 

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Daniele Milvio “A Milano non si usa”

14 September – 12 October
Monday – Friday​, ​​11 am-6 pm

Opening 14 September from 7 to 9 pm

Via G. Giulini 5, 20213

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